Le vicende della guerra di Troia e del ritorno di Ulisse a Itaca costituiscono il modello archetipico del narrare, con storie di tanti personaggi che nei millenni sono diventati protagonisti di molte altre svariate opere letterarie di generi diversi.
Ora, con la serietà dei suoi studi classici e l’accattivante spigliatezza della sua pratica giornalistica, Natalie Haynes in Il canto di Calliope ci racconta appunto una storia che, almeno a grandi linee, tutti conosciamo, ma lei ce la presenta da un altro punto di vista, quello delle donne, protagoniste e vittime di vicende marginali nella guerra, ma rilevanti per ciascuna di loro: in questo modo viene portata l’attenzione sul mondo omerico da un punto di vista del tutto nuovo.
Noi possiamo leggere questo libro nell’ottima traduzione di Monica Capuani, utile anche nella pratica scolastica per attualizzare, e quindi rendere più attraenti per i giovani, le vicende della guerra di Troia e del ritorno a Itaca di Ulisse, anche in un proficuo confronto intertestuale con l’originale omerico.
Nell’ampio e sempre vivo filone delle opere letterarie di derivazione omerica non erano certo mancate quelle che prendevano spunto dalle tante donne protagoniste di episodi diversi dell’ampia narrazione, ad iniziare dalla tragedia Le Troiane di Euripide, che indubbiamente può costituire un archetipo significativo nella comune attenzione al sopravvivere delle donne vinte in condizione di schiavitù. A quest’opera di Euripide si affiancano l’Andromaca, l’Ifigenia in Aulide e in Tauride e l’Ecuba che prendono in considerazione singole protagoniste nella drammaticità delle loro specifiche vicende con specifica attenzione ai loro stati d’animo di fronte a situazioni drammatiche e dolorose.
Naturalmente in sede didattica, per un lavoro di comparativistica ad ampio spettro, si può far riferimento anche alla tragedia Troades di Seneca, nonché all’Andromaca (1667) e all’Ifigenia (1774) di Racine, per arrivare all’Ifigenia in Tauride di Ippolito Pindemonte e all’omonima tragedia di Goethe (1779-1787), per proseguire fino alla revisione della figura di Elena in La guerra di Troia non si farà più di Jean Giradoux e al romanzo La vita privata di Elena di Troia (1925) dello scrittore statunitense John Erskine, autore anche de Il marito di Penelope (1928). Naturalmente ci sarebbero poi anche tutte le trasposizioni in melodrammi.
Quello che ci propone la Haynes è un controcanto del mito con una narrazione che presenta una versione dell’Iliade e dell’Odissea parallela rispetto alla tradizione, senza discostarsene o innovando con fantasia, ma tuttavia nuova, in quanto il mito viene riscritto da un punto di vista femminile, pur rispettando i fatti narrati da Omero, ma, riempiendo con il verisimile di fantasia, quello che l’antico poeta non racconta.
Tutte queste vicende di cui sono protagoniste quelle donne, ampiamente presenti nella narrazione dei dieci anni della guerra di Troia e in quelli successivi del ritorno di Ulisse, vengono narrate dal loro punto di vista, quello di persone che, come gli uomini, hanno combattuto e sofferto, sebbene in modo diverso, nella quotidianità di una dimensione personale e familiare, vissuta soprattutto in una sfera interiore.
Creusa, Cassandra, Ecuba, Andromaca vivono la caduta di Troia attraverso le vicende che determinano il loro sventurato futuro, mentre Penelope soffre da lontano, ma con non minore intensità, nel chiuso delle sue stanze, i lunghi anni della lontananza di Ulisse. Così i personaggi e la loro personalità restano intatti rispetto alla narrazione tradizionale del mito, ma il racconto procede lungo binari prima rimasti ai margini della storia.
A determinare questa svolta è Calliope, la musa della poesia epica “dalla bella voce”, che induce Omero, il poeta cieco, a sforzare il suo sguardo sotto altri punti di vista fino a “vedere”, con gli occhi della fantasia e dell’immaginazione, le protagoniste delle storie, insite nelle vicende troiane, ma rimaste nascoste nel silenzio indifferente di lettori attenti solo agli eroi guerrieri e alle loro affermazioni di valore.
L’autrice con questa narrazione, dall’altra metà del cielo, sembra voler riscattare quella visione misogina che ha contraddistinto l’epica classica e in particolare le vicende troiane, in quanto la causa e la colpa della lunga guerra vengono ascritte a una donna, Elena, in realtà vittima di un amore voluto da una dea, Afrodite.
Molte sono le storie, appena accennate o passate sotto silenzio da Omero, di cui sono state protagoniste donne, per raccontare le vicende delle quali, fatte di emozioni, paure, sacrifici, rinunce, ma anche soprusi e violenze, ora l’autrice, con recuperato piglio epico, chiede anche lei ispirazione a Calliope, per trovare le parole per narrare in modo adeguato ed efficace i pensieri, gli stati d’animo, le ansie, le rinunce che nelle diverse occasioni hanno determinato le azioni e le scelte di Creusa, svanita nel nulla, di Cassandra, dall’inascoltata visionarietà profetica, di Ecuba, regina, caduta in schiavitù, di Ifigenia, ingannata e sacrificata, di Briseide e di Criseide, oggetti di desiderio e di ripicche maschili, di Andromaca, dall’animo lacerato come moglie e madre, e di tutte le altre troiane, prostrate dalla caduta della loro città, a cui fanno da contrappunto le voci delle greche Penelope e Clitemnestra, anche loro vittime e infelici.
L’emergere della voce delle donne è senz’altro un tentativo di prendersi un’importante rivincita nei confronti della storia che, succube della mentalità arcaica (purtroppo a lungo perdurante) non ha saputo rendere loro giustizia, ma è anche un’occasione per un’autrice di mentalità e sensibilità moderne, per fissare, fin da queste vicende archetipiche, le sfaccettate tipologie della personalità femminile e il suo diverso modo di porsi e reagire di fronte alle sconfitte, alle sventure, alle sofferenze e alle incognite del futuro.
Capofila sembra imporsi Cassandra, la figura anche letterariamente meglio riuscita in questo libro, colei che sa vedere più lontano con acutezza, ma che purtroppo non viene ascoltata, proprio perché donna, come spesso è capitato, in quanto appartenente al genere umano confinato nel ruolo di madre, moglie, figlia o amante, tutte figure destinate a portare sulle loro spalle i pesi delle vicende determinate dagli uomini, senza possibilità di interagire, di incidere e tanto meno di decidere, ma sempre obbligate a subirne tutte le conseguenze. Più debole la figura di Penelope, più fragile e lamentosa che in Omero, dove sa gestire con furbizia e astuzia l’assedio dei Proci.
In sintonia ed appoggio alle donne omeriche viene tratteggiata anche Calliope, non più solo musa disponibile alle richieste egocentriche dei poeti epici, ma ispiratrice capace di dar voce anche all’universo femminile.
Una prospettiva di lettura indubbiamente interessante questa di Natalie Haynes che sa ridare alle donne dell’epica omerica il loro giusto risalto, la loro verità di vita, la loro autentica dimensione esistenziale, fatta di silenzio, di attesa, di dolore, di nascondimento, ma anche di soprusi. Loro non sono morte sul campo di battaglia, ma a loro soprattutto si possono applicare le parole che un poeta dirà diversi millenni dopo: «la morte si sconta vivendo».
L’elemento che rende particolarmente interessante la lettura di questo testo, soprattutto nella pratica didattica, è quello di aver saputo recuperare la parità di generi nelle vicende della guerra troiana, riproponendo il racconto, in modo sempre affascinante e coinvolgente, da un punto divista oggi particolarmente attuale. Questo ci porta a dire che i testi di Omero sono dei classici imperituri proprio per il fatto che nei loro personaggi ogni epoca può ritrovarsi e recuperarli per riattivarli letterariamente in sintonia con il sentire del suo tempo.
Natalie Haynes, Il canto di Calliope, Venezia, Sonzogno, 2021, pp. 312, € 18,00.