Umberto Eco nelle postille a Il nome della rosa afferma che il «post-moderno è un termine buono à tout faire» e aggiunge che può essere riferito a diversi momenti del Novecento in cui, dopo l’annullamento del passato operato dalle avanguardie, si è presa coscienza che «La risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente». Saggia questa affermazione di Eco! E anche universale, in quanto questa analisi sul rapporto tra passato, presente e futuro nella creazione artistica e in particolare in quella letteraria, si può facilmente applicare a tutte le epoche precedenti e alla produzione creativa che è avvenuta in ogni tempo, consapevoli che certo anche Omero deve aver avuto un “passato”, per noi purtroppo andato perduto, forse nel gorgo dell’oralità.

Il motivo del recupero e della rielaborazione letteraria, per quanto riguarda il passato, risulta particolarmente interessante e significativo a proposito delle Metamorfosi di Ovidio, poeta che, avendo in mano un enorme patrimonio di miti, li ha rielaborati in un’opera di straordinario fascino poetico. Per quello che al momento sappiamo Ovidio può essersi avvalso dell’Iliade e dell’Odissea, della Chioma di Berenice di Callimaco, di Virgilio per il mito di Deucalione e Pirra (VI ecloga) e per la favola di Aristeo, Orfeo ed Euridice (Georgiche IV), del poema Metamorfosi di Nicandro di Colofone, delle poesie intitolate Metamorfosi di Partenio di Nicea, dell’Ornithogonia del grammatico e mitografo greco Boios, dedicato alle trasformazioni di eroi in uccelli, e forse di altri ancora, per noi perduti. Ma, a fare la differenza e a elevare Ovidio ad un altissimo livello letterario, è il suo modus scribendi, lo stile e la finalità che infonde nella sua opera. Le 250 storie di trasformazioni che narra già esistevano, ma lui le nobilita e finalizza: Ovidio non inventa il cosa raccontare ma il come.  Tutto ciò risulta evidente dando anche solo un’occhiata alla Μεταμορφώσεων Συναγωγή di Antonino Liberale, letterariamente oscuro mitografo greco del II secolo d.C. che raccoglie 41 storie di trasformazioni, senza alcun “timbro” personale.

Il come raccontare è fondamentale per Ovidio, prima di tutto a livello di forma letteraria, in quanto anche lui, come tutti i grandi autori del mondo classico, narra vicende di cui il lettore (o l’ascoltatore) conosce lo sviluppo e la conclusione. Che differenza con la moderna “rivoluzione copernicana” del narrare in cui tutto l’interesse del lettore è incentrato sul “come va a finire la storia”, con la conseguente affermazione del poliziesco e del giallo, ormai (purtroppo!) quasi imprescindibili! E questo l’ha capito presto e bene proprio Umberto Eco che con Il nome della rosa ha creato il giallo “storico” con l’indagine di tipo poliziesco in un convento medievale…

Al mondo classico interessava il come la storia veniva raccontata, cioè l’abilità espositiva letterariamente raffinata, elaborata, formalmente ricca di espedienti sui diversi piani: fonico, linguistico, figurale, ecc. Ma Ovidio a tutto questo aggiunge un disegno letterario di ampia portata: tutto il succedersi dei racconti è tenuto insieme dal principio della continua trasformazione, perché «tutto cambia, nulla muore; tutto scorre e ogni immagine si forma nel movimento». Per questo crea una struttura narratologica profondamente intrecciata in una continuità narrativa data dal fatto che ogni metamorfosi lascia spazio a quella successiva in un ininterrotto succedersi di concatenazioni fantasiose. Ma l’aspetto saliente è che l’occhio del poeta sa andare oltre la semplice fenomenologia del divenire, ha la capacità di vedere i corpi, di ascoltarne le voci e di riprodurle con risonanze ed echi infiniti. Riesce così a cogliere fino in fondo, con penetrante fantasia e lucida immedesimazione, le passioni, le emozioni e i sentimenti che si agitano nell’animo di donne, uomini e dèi e che determinano, nel misterioso intreccio con il destino e il caos, le esistenze individuali, le vicende collettive e il destino del mondo, che, in una forse inutile ricerca encomiastica, colora anche di apologia politica.

A riportare l’attenzione del lettore di oggi su questo poema e ad aiutarlo a orientarsi nella sua congerie di narrazioni è il recente (2020) libro Ovidio. Storie di metamorfosi di Piero Boitani, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma, grande maestro di letteratura comparata per cui nel 2016 ha vinto il Premio Balzan. È il libro che inaugura la nuova collana della casa editrice Il Mulino, “La voce degli antichi” nella cui presentazione si dice che «La voce degli antichi risuona nelle parole degli autori di oggi». Ma soprattutto è un saggio che getta nuovi bagliori interpretativi sul poema di Ovidio.

Piero Boitani propone un omaggio al poeta soffermandosi a raccontare alcuni episodi-chiave del poema, ma traccia anche interrelazioni sia di tipo tematico che strutturale, in cui le vicende si rapportano con svariate tecniche narratologiche in un andamento sinuoso, ondulatorio, cangiante, in cui le storie nascono una dall’altra in modi diversi fino alla metastoria, come avviene per la narrazione della vicenda di Pan e Siringa, utilizzata da Mercurio per incantare Argo onde ucciderlo.

Ma Boitani mette anche in evidenza l’eredità che altri scrittori hanno raccolto da Ovidio, nei secoli successivi con interpretazioni, omaggi e riscritture che hanno mirato prevalentemente a cogliere il “succo” eterno nell’intima umana profondità in numerose narrazioni, molte diventate simboli archetipici delle dinamiche psico-analitiche, teorizzate solo in tempi moderni. Sempre tangenze limitate a singoli episodi, a personaggi, nessun tentativo di recuperare la chiusa struttura totalizzante dell’opera di Ovidio

Le Metamorfosi, come mette ancora in evidenza Boitani, sono un poema di forza smisurata che si esprime sia nell’eros che nella violenza, due elementi non necessariamente disgiunti. Lo dimostrano i tanti rapimenti, prassi frequente per appropriarsi del corpo della persona desiderata, ma ci sono anche le metamorfosi mostruose e crudeli per coloro che hanno violato gli imperativi dettati dalle divinità. A susseguirsi sono metamorfosi con funzioni didascaliche, come quella di Tereo e Filomela o quella di Marsia, con altre che hanno funzioni eziologiche, essendo finalizzate a spiegare la nascita di costellazioni (Arianna), di elementi botanici (Narciso) o di animali (Aracne). A dominare la maggior parte delle storie – evidenzia sempre Boitani – è il dolore, da cui sono esenti solo quelle creature che, uccise sulla Terra, diventano costellazioni, dimensione nella quale trovano esiti consolatori. Anche l’amore non è fonte di serenità, talvolta perché non corrisposto (Apollo e Dafne), altre volte per imprevisti del destino (Piramo e Tisbe). Ci sono poi gli artisti: Medusa, Aracne, Pigmalione, Orfeo e Dedalo. Tutte vicende attraverso cui Ovidio restituisce, con sensibilissima umanità, le variazioni emotive che si producono proprio nel corso delle metamorfosi, colte nella loro intima ambivalenza di processo distruttivo e di esuberante manifestazione vitale.  A quest’esperienza attinge anche il poeta stesso, sicuro che il suo poema sia destinato a durare molto più di lui, nei secoli, per cui la fama lo terrà in vita ben oltre la dissoluzione del suo corpo mortale. Così è stato finora e ci auguriamo che lo sia ancora per molto tempo.

PIERO BOITANI, Ovidio. Storie di metamorfosi, Bologna, Il Mulino, 2020, pp. 159, € 14,00.