L’efficacia espressiva della poesia può ricreare un mondo perduto, come quello della classicità. È quello che avviene in Antiqua lux di Luigi Picchi1, un libro di originale concezione ed impianto, pro-grammatico nell’ambivalenza del titolo: la luce, quella della verità, viene dal passato, quello remoto della classicità, ma nello stesso tempo si può anche capovolgere la prospettiva e intendere che la poesia di oggi getti squarci di luce sul mondo antico, facendone riapparire figure e momenti impor-tanti e significativi.

È quel passato a cui il Medioevo ha guardato con fiducia ed impegno per con-servarcelo attraverso il lavoro modesto e concreto dei monaci copisti attivi negli scriptoria. A loro l’autore dedica il componimento d’inizio Quasi prologo, con un atteggiamento di riconoscenza, sen-timento dovuto da parte di tutti gli appassionati della classicità nei confronti di chi, con dedizione e sacrificio, ce l’ha, seppure solo in parte, tramandata. In particolare qui è un monaco che ha dedicato l’intera vita a ricopiare, per offrirla alla fine a Dio, la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, opera particolarmente cara a Picchi che recentemente ha pubblicato un saggio storico e biografico sull’au-tore2. In questo modo Antiqua lux diventa un omaggio ai due più antichi concittadini dell’autore, Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane, come lui comaschi. Infatti il testo procede con una carrellata di personaggi del mondo romano tratteggiati con l’essenziale efficacia della parola poetica in immagini che ne fissano la personalità sullo sfondo storico.

Tre sono le sezioni del libro: le prime due (Plinius Minor e Octavius) sono legate tra di loro da un intreccio intellettualmente complesso e tutto sommato misterioso. Nella prima, infatti, spunti delle autentiche lettere di Plinio il Giovane vengono assunti dal poeta in una rielaborazione lirica che passa dalla prima alla terza persona, con un’oggettivazione dei personaggi che vengono delineati con pochi tratti salienti per apparire ai nostri occhi nella pienezza della loro umanità.

Tra le figure del mondo di Plinio, quell’età tra la fine del I secolo dopo Cristo e l’inizio del II, l’ammirazione di Picchi va, per consonanza esistenziale, al «vecchio Spurinna»3 la cui vita già Plinio aveva tratteggiato come esemplare4. Per Picchi questo personaggio «lieto e sereno, trascorre / la gior-nata tra letture, conversazioni, / passeggiate, bagni, pranzi e cene / con amici, con partite di pallone / e infine la poesia». È un’armoniosa e serena esistenza che ovviamente ci riporta al Kant del «cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me», in quanto questa lirica si apre con i versi: «Il cielo stellato sopra di lui / nell’armonia di una vita regolare».

Tutto un mondo di vita romana, animato da figure che escono dalle Lettere di Plinio il Giovane e ritrovano vita nei versi di Picchi, scorre davanti ai nostri occhi: cerimonie di vita cittadina, cui si contrappongono la vita in campagna («dove / tutta sola splende una rosa / toccata da un raggio di sole» e la contemplazione del mare (sognando «navigazioni, isole beate / e lassù, forse abitate, le stelle», personaggi come Virginio Rufo che, dopo essersi «rotto il femore» in Senato, riposa per sem-pre nella villa di Alsio, Come acutamente nota Giancarlo Pontiggia nella Postfazione, Octavius, per noi solo destinatario di un’epistola pliniana (II, 10) potrebbe essere immaginato da Picchi «come il vero autore della prima sezione del libro» (p. 87). In questo modo viene a crearsi un complesso gioco intellettuale di intrecci e specchi psicologici e storici. È «valente poeta», ma «non si decide a pubblicare / quei suoi epi-grammi, degni / di Marziale». Per questo a lui il consiglio che «Prima della morte / è bene gettare le basi / del proprio monumento». E poi l’amico Catilio con cui si auspica un pranzo «breve e frugale» che «abbondi solo di filosofiche / conversazioni alla maniera / socratica». E l’amico Caio Fannio che «Lascia interrotta una storia / del principato di Nerone / (un resoconto dei suoi delitti)». E ancora «la figlia minore di Fundano» che «Durante la malattia, stoica ha atteso la morte», consolando i suoi cari. E poi Caninio che «sta scrivendo un poema / sulla Guerra Dacica». È tutto un mondo che le parole sapienti ed efficaci del poeta desumono dalle Lettere di Plinio il Giovane e fanno riemergere dalle nebbie del tempo per stagliarle davanti ai nostri occhi, ritagliando personaggi diversi.

Tutta letteraria è la seconda parte, di cui è protagonista l’Ottavio di II, 10 con le sue riflessioni letterarie tra cui si insinuano parole di ammirazione e di elogio per Valeria, il cui viso «è avorio nel gioco / della lucerna». Non ancora deciso, nonostante gli incitamenti di Plinio, a pubblicare i suoi versi che, anche se «come quelli di Marziale, / vanno in giro per l’Impero di bocca / in bocca», a lui sembrano sempre «come foglie / di Sibilla al vento, come polline / per api dorate» e ha l’impressione di «scimiottar / Giovenale e Marziale». Numerosi gli omaggi a scrittori e poeti, da Plinio il Vecchio (Epigrafe di Plinio il Vecchio), A Lucrezio, A Silio Italico, A Ovidio, tutti tratteggiati nelle loro specificità in rapida sintesi poetica, a cui si affiancano personaggi esemplari della romanità, A un gladiatore, Per un atleta, Imperator, con alcuni abbassamenti di tono, da quello onestamente critico nei confronti di Archia, all’omaggio a «Cinis, gatta schiva e / solitaria», ma «fedele e devota come una musa», fino alle Polpette alla Marco Porcio Catone che ci riportano alle «pastorali / origini» di tutta la romanità.

Da una felice sintesi di fantasia e di fede sembra nascere l’ultima sezione La profezia di Lucrezio, in cui l’esistenza del poeta latino si concluderebbe con il suicidio non dovuto a follia, ma per aver com-preso l’assurdità del Vuoto cosmico, in una quasi anticipata conversione cristiana. Il poeta latino, sulla cui fine anche altri romanzieri si sono soffermati5, viene tratteggiato in una serena accettazione e gioiosa fruizione del mondo ultraterreno cristiano. È una “cristianizzazione” di un poeta pagano che ha qualche parallelismo con quella tratteggiata da Vintilă Horia nel suo romanzo Dieu est né en exil (1960)6 in cui si narra un’improbabile conversione di Ovidio che avrebbe conosciuto in Dacia un testimone e predicatore della “buona novella” di Gesù. Qui Picchi, con maggiore convinzione teolo-gica, suppone che, se la verità cristiana è la Verità in quanto tale, anche Lucrezio, dopo la morte, deve esserne venuto a conoscenza, averla accettata e aver atteso quell’«Uno che doveva passare a liberarmi» fino a quando «l’Atteso arrivò lieve e luminoso, striato / di sangue lucente e il suo sguardo cancellò / ogni angoscia, fece leggera e pura l’anima» per portarlo dove «c’è una pace / che è fer-mento, un silenzio che è musica / ed è finito il carcere, il perdere, la paura».

Con questi componimenti poetici Luigi Picchi dà prova di un’altissima poesia che sa restituirci in modo esemplare, con sapienza storica e filologica, le sembianze del mondo classico in un’espres-sione lirica che riprende la misura, l’armonia e l’efficacia rappresentativa dei poeti greci e latini che, nel giusto equilibrio tra denotazione e connotazione, riuscivano ad esprimere la loro ispirazione in modo persuasivo e attraente, senza indulgere all’eccessivo sbilanciamento del piano connotativo che troppo spesso rende ostica la poesia di oggi ai lettori.

Note

1 LUIGI PICCHI, Antiqua lux, Moretti & Vitali, Bergamo 2018
2 LUIGI PICCHI, Plinio il Vecchio. L’eredità di un illustre comasco: scrittore, naturalista, ammiraglio, NodoLibri, Como 2018.
3 III, 1.
Hanc ego vitam voto et cogitatione praesumo (Questa è la vita che auspico per me e che mentalmente già mi tratteggio).
5 Ricordiamo in particolare: Luca Canali, Nei pleniluni sereni. Autobiografia immaginaria di Tito Lucrezio Caro, Longanesi, Milano 1995.
6 Recentemente ricomparso in traduzioni italiane: Dio è morto in esilio, Castelvecchi, Roma 2016 e La Vita Felice, Milano 2017.